robba

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dicembre 01, 2004

by liad cohen
piove distrattamente. piove distrattamente. siamo per strada, sotto la tenda di un ristorante chiuso. la pausa pranzo è finita. abbiamo mangiato nel solito posto, ne siamo usciti urlando. almeno io. la classica personcina timida che quando si arrabbia. insomma, vorrei spaccargli la faccia. al diavolo la nonviolenza. naturalmente, me ne guardo bene. lui pesa ottantatre chili, io cinquantatre. e poi dividiamo la stessa stanza da cinque anni. anche per questo tengo le braccia annodate sopra la giacca. ogni volta che arriva al punto lo interrompo. poi mi volto e scandisco bene, fissandolo negli occhi. «hai tutto il diritto di cambiare opinione, nessuno vuole negartelo. solo avresti dovuto comunicarlo a me e agli altri. magari in privato. sicuramente non in presenza del direttore». osservo le sue pupille restringersi. concentro l'attenzione sul neo marrone che galleggia sulla cornea sinistra. provo a non interromperlo. «d'accordo, sono un traditore. contenta adesso? volevo compiacere il direttore e mettere voi in cattiva luce. sono la mela marcia, l'anello debole, la reincarnazione di giuda, fai tu». parla rivolgendosi alle rare automobili che percorrono la strada a quest'ora. non riesco a dominare la rabbia. alzo la voce. «ma insomma, in quale lingua devo dirtelo? non ho mai detto che sei un traditore». «invece sì», taglia corto lui. «tu pensi che io l'abbia fatto per chissà quale scopo». un nepalese offre un ombrello a cinque euro. riesco a incenerirlo con uno sguardo. «ti sbagli, ti sbagli e ti sbagli. al contrario, credo che la tua sia soltanto imperizia. d'altra parte, furbizia o imperizia che sia, il risultato non cambia. sei liberissimo di prendere le distanze da quello che afferma un tuo collega. è soltanto assurdo che tu non l'abbia fatto venerdì, alla riunione con gli altri. è soltanto assurdo che tu l'abbia fatto oggi, parlando con il direttore, in assenza degli interessati». improvvisamente non ne posso più di questa conversazione. ormai il danno è fatto. il colpevole ha agito senza dolo. e io, nella parte dell'accusa, sono poco credibile. la verità è che ho la fama dell'attaccabrighe, altroché. quando anche confessasse il suo delitto, roberto potrebbe sempre contare su un indulto generale. nessuna colpa merita due ore in udienza con la sottoscritta. invece, per sciogliere davvero la lite, per reintegrare e salvaguardare l'armonia aziendale, servirebbe un giudice. una persona saggia, incorrotta e imparziale, una persona che difficilmente capiterà da queste parti. la strada è deserta. roberto stringe le braccia al petto e batte i piedi sul marciapiede. l'umidità deve averlo preso alle caviglie, come una sanguisuga. a un tratto strizza gli occhi e fa un passo avanti, dritto sotto la pioggia. «ma quello non è taricone?». «che c'entra taricone adesso?», domando io. «quello là, quello là, quello che sta arrivando, quello che cammina senza ombrello». indica col suo dito lungo da sassofonista. in effetti è proprio taricone. piccoletto, dall'aria allegra, il passo svelto. «ehi, taricone!». roberto si sbraccia. taricone ricambia il saluto. viene proprio nella nostra direzione. si ferma davanti a noi. sorride rassicurante. «allora, ricapitoliamo brevemente la questione».

robba 13:26
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