robba

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luglio 20, 2004

come sfondo una camera d'albergo. a capalbio ho letto grand hotel di carlo rossella. si tratta di una piccola antologia di racconti, pubblicati lo scorso anno nelle pagine culturali della stampa, che hanno come sfondo una camera d'albergo. le storie sono quelle che ciascuno di noi immagina eppure non saprebbe descrivere allo stesso modo. anche perché alcuni di questi grand hotel si trovano a beirut, bangui, chisimaio, teheran, kinshasa, turks and caicos, nevis, nairobi, panama city, port au prince, virgin gorda. soprattutto perché talvolta fuori dalla camera dell'autore corrono fatti e personaggi che sono già storia. l'introduzione spiega che non sempre le stanze accendono l'immaginazione, perché certi alberghi, anche di lusso, sono così anonimi che per distinguerli occorre guardare le scatole di fiammiferi nel portacenere. i veri grand hotel, invece, ti dicono subito dove sei. non sono alberghi ma romanzi. occorre tuttavia saperli leggere, non basta attraversarli. occorre l'animo del perdigiorno, non certo quello del turista. sono nozioni molto semplici, ma che fanno venire voglia di provare. il grande albergo più vicino a capalbio si trova a porto ercole ed è il pellicano. è uno di quelli che ti dice immediatamente dove sei, se non altro perché ha l'argentario alle spalle ed è affacciato sul mare. quando siamo arrivati erano circa le sei del pomeriggio. il bar sulla piscina era aperto, ho chiesto al barman un aperitivo mediamente alcolico. ha risposto che potevamo scegliere tra sessanta cocktail internazionali. abbiamo lasciato a lui l'incombenza. gli sgabelli al banco erano vuoti. le sedie e i tavoli di legno sulla terrazza anche. un uomo e una donna, probabilmente americani, sedevano all'ombra accanto allo steccato. bevevano una sorta di irish coffee ghiacciato. l'uomo parlava, la donna, molto più giovane, prendeva appunti. una cameriera ci ha portato un punch alla pesca con rhum e succo d'ananas. una composizione esotica, mediamente vitaminica, da adolescente per la prima volta da sola in vacanza. la stessa cameriera ha servito una coca con ghiaccio ad un ragazzo, forse trentacinquenne, che conversava con il padre seduto sul bordo della piscina. più tardi il barman, con un certo orgoglio, ha raccontato che i clienti in genere sono soltanto stranieri. l'albergo è isolato, anche telefonicamente, e gli italiani non lo amano. forse nemmeno l'albergo ama loro. quest'anno, per qualche ragione, l'amministrazione è stata costretta ad accettare un numero di italiani. ha usato proprio il verbo accettare, indicando il padre e il figlio a bordo piscina. ha indicato invece l'uomo accanto allo steccato come il proprietario di origine rumena di una catena alberghiera, un cliente da centomila euro a soggiorno. siamo andati a vedere la spiaggia, alla quale si arriva attraverso un breve ascensore lungo la roccia. i ragazzi dell'albergo stavano mettendo via una montagna di asciugamani, ci hanno salutato con un sorriso. la spiaggia era deserta. i lettini verdi erano esattamente paralleli, gli ombrelloni chiusi. guardandomi intorno, ho ammesso che per il momento il pellicano non mi diceva molto. ma, fermandoci almeno per la notte, avremmo potuto fare senz'altro meglio.
cit. noel coward, sessanta cocktail internazionali, tutto il mondo in una suite


robba 11:06
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