robba

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marzo 20, 2004

ho dalla mia l'immaginazione. passiamo il finesettimana in irlanda. a casa, mentre preparo la valigia, ancora non ci credo. difficilmente mi spediscono da qualche parte. quando arrivo all'aeroporto, lui non c'è. è un mio problema, per non essere in ritardo sono sempre in anticipo. c'è anche la questione degli occhiali: non li porto mai, ma così, quando è necessario, non sono sicura di vederci. gli occhiali adesso sono chissà dove, impossibile trovarli. però mi trova lui. ha una faccia simpatica, diversi bagagli e la guida di cui mi aveva scritto. in aereo facciamo un elenco dei posti dove andare. io ho decisamente pochi riferimenti, lui ha una lista di indirizzi. mi dice che un conto è girare delle immagini, altro è descriverle. ho dalla mia l'immaginazione. parliamo anche della questione politica, ma non vado a fondo perché sono sicura che abbiamo opinioni diverse. deve pensarlo anche lui. arriviamo a dublino poco prima di mezzanotte, ci diamo appuntamento alle otto alla portineria dell'albergo. al mattino facciamo colazione in una stanza a fiori. la cameriera è di galway, ha i capelli rossi e ci serve qualsiasi cosa. io bevo un té e scrivo, lui parla e mangia tutto il resto. in macchina mi prende in giro perché sono vestita come in una copertina di vogue in campagna. allora gli chiedo se in italia essere compagni significhi dividere il guardaroba con bertinotti. ride. mentre le case colorate sfumano. a sligo piove. siamo sulla costa occidentale, quasi al nord. andiamo a parlare con il nostro esperto, un tipo severo, con una casa che sembra una piccola chiesa protestante. quando usciamo lui insiste per fare delle interviste per strada. gli dico: come no. gli irlandesi fanno spese in una specie di vecchia standa e ci guardano con occhi spaventati. le mie domande sono più o meno terroristiche, loro parlano un accento impossibile. due ore dopo sto andando alla grande, ma ho le mani livide. lui dice basta. poi, mentre guido, mi prende la sinistra e la infila nella sua giacca. ci riscaldiamo bevendo tre smithwicks a testa nell'unico pub di un villaggio con un nome senza consonanti. il mare e il vento si arrotolano sulla scogliera, davanti ad una decina di casette a schiera. noi siamo vagamente ubriachi e non sappiamo ancora dove dormire. un quartetto d'archi dai capelli rossi suona una colonna sonora che conosco ma di cui mi sfugge il titolo. una barba al banco ci consiglia un bed & breakfast. la signora che ci apre la porta è inglese ed ha un'unica stanza. le chiedo come sia finita qui, lei evita di rispondermi. per il resto è cordiale come tutta l'isola. io però sono un po' preoccupata. dice lui: non ci resta che andare a mangiare al pub. lo raggiungo, prima voglio fare una passeggiata da sola. per la questione dell'immaginazione. a cena gli racconto la storia della mia famiglia. lui qualche parte fondamentale della sua. beviamo guinness e fumiamo sigarette sfuse. parliamo anche di politica e stavolta andiamo a fondo. ci interrompiamo continuamente a vicenda. prima di andare a letto mi propone battute sul dentifricio nero e sul pigiama che mi sta due volte. gli dico: già sentito, gli uomini sono tutti uguali. e lui, con un asciugamano ricamato in testa: in effetti lo stabiliscono tutte le carte fondamentali. più altre banalità. siamo ancora lievemente ubriachi, mi addormento in pochi secondi. domenica mi sveglio con la luce che filtra dalle tende di carta. anche lui ha gli occhi aperti e mi sta guardando. c'è un silenzio assoluto e la stanza è bianca. qualche minuto dopo, lui controlla la batteria della telecamera, io scendo a parlare con la signora. finiamo il lavoro a belfast, nel primo pomeriggio. non siamo del tutto soddisfatti, ma il tempo era veramente poco. sulla strada verso dublino mi racconta del suo lavoro. noto che fa spesso riferimento a quello che ci siamo detti ieri sera, che questa è una conversazione che al momento nessun altro capirebbe. in aereo mi guarda con aria depressa mentre io scrivo cose senza significato. a fiumicino mi abbraccia. non mi ero resa conto di quanto fosse alto. [ci stiamo salutando, senza arrivederci, quando finalmente trovo gli occhiali e lo vedo arrivare. è davvero in ritardo, chissà quanto diverso da come lo immagino].

robba 13:31
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