robba

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ottobre 10, 2003

il rovescio. ve l'ho detto che per un periodo ho fatto l'avvocato. l'avvocato come si può fare a napoli, intendo. l'ingegnere, non il grande giurista. se volete approfondire la differenza, leggetevi attilio veraldi, autore geniale che il mio pusher di romanzi m'ha gentilmente passato. se invece volete una spiegazione veloce, sentite la mia versione. insomma, m'ero laureata da un po', per un anno e più ero andata in via roma tutti i mercoledì per fare lezione con due magistrati, poi ad un certo punto era arrivata la finanza ed aveva sbaraccato tutto. i galantuomini avevano circa sessanta studenti, ogni studente pagava svariati milioni l'anno, ma la loro dichiarazione dei redditi non lo sapeva. lo presi come un segno del destino. e così, quando mancava poco più di un semestre alla fine della mia pratica legale fittizia, decisi di andarla a fare sul serio. così, anche per provare. l'avvocato, il mio dominus, era stato un tipo alto e grosso, ma ultimamente in virtù di una dieta di sua invenzione che anteponeva grandi porzioni di frutta a qualsiasi pasto, s'era terribilmente asciugato. sin dal primo giorno mi avvertì che se davvero volevo fare la sua professione dovevo trasferirmi a milano. forse anche in svizzera. "picciré, qua non c'è spazio per chi sa il diritto, qua ci sta solo il rovescio". e il rovescio, in quello studio gelato di via costantinopoli, che era stato del padre dell'avvocato - e di quello conservava lo stesso tetro mobilio e lo stesso comfort -, cominciò a sfilare sin da subito. tanto per cominciare, in quella zona di antiquari, noi eravamo pagati, quando eravamo pagati, quasi sempre con madonne col bambino. del resto l'avvocato era ricco di famiglia e, peraltro, ne era appassionato. per quanto mi riguarda, in qualità di praticante, non percepivo niente; nemmeno un rimborso spese. l'avvocato, per evitare problemi di qualsiasi tipo, la sera mi accompagnava a casa in macchina, oppure mi faceva scortare dal segretario. il segretario era un tipo grassoccio con le lentiggini, professore ad honorem di rovescio, il classico ingegnere insomma, con una particolare idiosincrasia per le giovani dottoresse so-tutto-io. il nostro principale affare era roba testamentaria. circonvenzioni di incapaci, falsificazioni, lesione della legittima. cose che suscitavano la mia più viva indignazione e, insieme, un impercettibile ghigno nel segretario. un giorno venne da noi la nipote di una defunta. la de cuius era morta a casa di un'altra nipote, con testamento olografo che annullava il precedente. il documento a dir la verità sembrava scritto con la mano sinistra, ma era vero che la morta era anziana. grazie a mio padre che, come sapete, potenzialmente conosce i conti correnti di tutti (anche i vostri), scoprimmo poi che da viva la signora era stata una prostituta. aveva accumulato, con anni e anni di sapiente lavoro, trecento milioni, che adesso queste due nullafacenti maritate intendevano contendersi con gli strumenti rudimentali di un processo civile. fu nel mezzo dell'interrogatorio ad una delle nipoti, che un pomeriggio di novembre conobbi cicci e il vecchio mario. solo una toccata e fuga; dopo uno scambio di battute i due uscirono dalla mia vita per rientrarvi, ancora una volta per caso, solo l'estate successiva. con l'avvocato naturalmente andavamo anche in udienza. all'inizio facevo soltanto la bella statuina, con schiere d'avvocati che, passando, ripetevano la stessa frase: "avvocà, che bella procuratrice, informerò vostra moglie". fossi stata brutta sarebbe stato uguale; la cortesia era d'obbligo: la moglie dell'avvocato era presidente del tribunale. più avanti il mio dominus cominciò a spedirmi in corte d'appello per le udienze di mero rinvio, anche se era un reato perché ero lontana dall'averne titolo. comunque era sempre meglio che andare dal giudice di pace, dove invece titolo l'avrei avuto. quello era il regno dei legali delle assicurazioni, certo non gentiluomini che rispettavano i patti (il rovescio è tutto pattizio, una rete di accordi tra avvocati), ed il posto in cui puntualmente mi raggiravano. nel mezzo di questi tour tra la pretura e castelcapuano, la ricreazione non mancava mai. per cominciare l'avvocato aveva un cliente che possedeva svariati alberghi in zona stazione. quando entravamo in uno di quelli, facce che non promettevano niente di buono si mettevano a completa disposizione: da un caffé - e un succo di frutta alla pesca per la dottoressa -, a un passaggio in macchina, a un veloce pranzetto da mimì. d'altra parte, l'avvocato doveva avere realmente qualcosa da farsi perdonare, perché spesso mi portava con sé a comprare regali per la moglie. un giorno che si trattava di gioielli, fu un vero spasso. per il resto i pomeriggi trascorrevano pigri. io, avvolta in uno scialle, nel mio imponente studio a sfogliare il codice di procedura civile; l'avvocato e il segretario su uno sgabello dell'anticamera a comporre lettere di sfratto. di fatto m'avevano convinto. e così, dopo natale, emigrai.

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