robba

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settembre 30, 2003

una delle madri di suspiria. comunque anche roma non scherza. anzi, la criminalità in alcuni quartieri a volte ha del magico, del soprannaturale. vi racconto un fatto che mi è successo forse quattro anni fa. ero arrivata da un po' a roma ma cercavo ancora una casa. un giorno, finalmente, su un quotidiano di annunci, quella che sembrava un'occasione: un monolocale, poco distante dalla radio dove lavoro, ad un prezzo compreso nelle mie tasche. il primo novembre la città era quasi deserta, ma io ero di turno. all'uscita avevo appuntamento con una ragazza svizzera, inquilina in partenza che mi avrebbe illustrato l'appartamento. la strada era su via cavour, silenziosa, animata soltanto dalla fontana a margine. il palazzetto aveva tre o quattro piani, bello e tetro, senza ascensore. una scala buia mi condusse alla porta di quella che avrebbe potuto essere la mia nuova casa. la svizzera era simpatica: prima di aprirmi mi disse di stare tranquilla e di non spaventarmi. il corridoio foderato di velluto rosso e ritagli di specchi sembrava opera di una delle madri di suspiria; in realtà apparteneva alla mente un po' folle di un inquilino precedente. e in effetti camminare su specchi rotti ed apparentemente insanguinati non aveva portato particolare sfortuna. col tempo, lei e il giornalista olandese che abitava un monolocale gemello nello stesso corridoio, ci avevano fatto l'abitudine. d'altro canto, l'appartamento vero e proprio, non era meno fuori dall'ordinario. un'unica e sola stanza, divisa in un angolo da una parete utile a creare un bagno da roulotte, spezzata da un separé che disegnava una cucina traboccante di utensili. di fatto non mancava niente, tutto era pieghevole ed incassabile, anzi: l'impressione era che ci fosse molto più del necessario. me ne andai piuttosto scettica; e tuttavia una casa mi serviva. pochi giorni dopo tornai per incontrare il proprietario e per firmare il contratto. in realtà, il tipo quarantenne che avvicinai sotto il portone, era soltanto un factotum. l'immobile apparteneva ad una associazione che si chiamava "kkk più k". alla mia curiosità fu replicato genericamente che si occupava di "immigrazione". la questione non era irrilevante. anche perché, firmando, io sarei diventata di fatto un'associata ed avrei pagato il canone a mò di quota associativa. tutto ciò emergeva chiaramente dal contratto prestampato, composto da un mosaico di clausole a dir poco straordinarie. tra le altre cose io mi obbligavo a non ricevere extracomunitari (e la svizzera? - pensai subito tra me e me), a non spostare alcuno dei mobili, degli utensili e delle suppellettili presenti nell'appartamento, a rispettare fedelmente lo statuto di kkk più k. ogni mia trasgressione avrebbe comportato l'avviso immediato della polizia. sconcertata, rifiutai di concludere e chiesi di parlare con il proprietario per avere chiarimenti sul contratto e sull'associazione. il factotum, che di mestiere faceva l'insegnante, mi disse che era impossibile. il fondatore era uno straniero di colore, viveva all'estero da anni - forse in brasile - e non si era mai occupato di queste faccende. avrei potuto parlare con il suo vice, un tale di nome arpagone. per quanto riguardava invece l'associazione, non avevo di che preoccuparmi. kkk più k aveva lo scopo di svuotare le strade dagli immigrati irregolari avvisando la polizia, ed agiva direttamente soltanto nei casi in cui questa stentava ad intervenire. in realtà, il factotum non si spiegò esattamente così, parlò di bastoni e di negri, accennando ed alludendo con un certo orgoglio. naturalmente non rintracciai mai arpagone. invece, con l'aiuto di ramina, raccontai la vicenda ad un noto giornalista di repubblica, che era uno dei suoi professori. lui mi mise in contatto con un cronista di nera, che mi chiamò molte volte. ma, che io sappia, fino ad oggi di questa vicenda nessuno ha mai scritto né parlato.

robba 11:08
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